1) La motivazione:
Con motivazione intendiamo, come suggerisce la parola, ciò che motiva le nostre azioni. Capire e costruire le ragioni profonde per cui decidiamo quello che facciamo è fondamentale. Vedremo i diversi tipi di motivazione e impareremo a sfruttarli a nostro vantaggio, rispetto ai nostri obiettivi.
2) La gestione dello stress:
Capiremo cosa si intende per stress e come eliminare inutili stressors dalla nostra vita, soprattutto quando l’obiettivo è quello di interrompere una dipendenza. Cosa fa un fumatore quando è stressato? Hai indovinato… si accenderà una sigaretta, e questo vale per tutte le dipendenze.
3) La costruzione di risorse:
Attraverso la meditazione e molti esercizi cercheremo di costruire la nostra “cassetta degli attrezzi”, ovvero di costruire gli strumenti utili a gestire i momenti di crisi, i blocchi emotivi, la voglia di……, la tentazione di tornare a vecchi schemi disfunzionali. Sfateremo, inoltre, alcuni miti inutili (uno fra tutti “La forza di volontà”).
4) L’analisi della emozione stagnante e dei blocchi emotivi:
Cercheremo di capire qual è la tua emozione stagnante, ovvero quella con cui convivi da tempo e che ti ritrovi, quasi a tua insaputa e tuo malgrado, a dover incontrare ogni giorno, come se un ospite inatteso e sgradito venisse a trovarti ogni giorno. È la paura? La rabbia? La noia? … Lo capiremo insieme.
5) La connessione tra dipendenza, emozioni e traumi:
Naturalmente tratteremo la dipendenza ponendo attenzione alla differenza tra dipendenza strutturale e dipendenze patologiche e vedremo come le dipendenze possano essere considerate delle “soluzioni” (che non funzionano) a dei blocchi emotivi di tipo traumatico.

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In psicoterapia psicoanalitica, l’obiettivo non è semplicemente eliminare un sintomo (come l'ansia) o correggere un comportamento (come una dipendenza), ma creare le condizioni perché il soggetto possa emergere nella propria singolarità.
Parlare di effetti di soggettivazione significa descrivere quei momenti in cui una persona comincia a prendere parola su ciò che vive, a riconoscere la propria posizione nella storia che sta raccontando, e inizia – anche faticosamente – a scegliere un modo nuovo di abitare la propria vita.
Cosa significa quindi “soggettivazione”?
Non è un atto mentale o volontaristico, non è una decisione cosciente, ma un processo che si costruisce nel tempo, spesso nel contesto di una relazione terapeutica.
È il passaggio da una posizione passiva (“mi succede”, “sono fatto così”, “non posso farci niente”, "è colpa dell'altro") a una posizione attiva e implicata (“mi riconosco in ciò che vivo”, “ne posso parlare”, “posso scegliere come stare in relazione a questa esperienza”).
È anche un movimento delicato, che passa attraverso:
·l’assunzione della propria parola come veicolo di verità e trasformazione;
·la possibilità di mettere in questione il sintomo, senza giudizio, ma come via di accesso a una domanda più profonda;
·l’integrazione tra corpo, affetti e storia: non c’è soggettivazione senza un contatto con ciò che si sente e con ciò che si è stati.
Perché è importante?
Senza soggettivazione, ogni cambiamento rischia di essere solo adattamento.
Con la soggettivazione, anche il dolore può trasformarsi in un punto di svolta: non si tratta più solo di funzionare meglio, ma di vivere con più verità.
Effetti di soggettivazione – Una prospettiva psicoanalitica lacaniana
Nel mio lavoro clinico, uno degli assi fondamentali è la possibilità di produrre effetti di soggettivazione: cioè aperture, spostamenti, trasformazioni che permettono al soggetto di riappropriarsi del proprio desiderio e di una posizione libera e responsabile rispetto alla propria esperienza.
In una prospettiva lacaniana, non parliamo di un “io” padrone di sé, ma di un soggetto dell’inconscio, diviso, non trasparente a se stesso, strutturalmente alienato nel linguaggio.
Il sintomo, in questo senso, non è un “errore da correggere” ma una formazione di compromesso, un messaggio cifrato che il soggetto rivolge a se stesso, e che la cura può aiutare a decifrare.
Parlare di soggettivazione significa quindi non tanto “prendere coscienza”, quanto mettersi all’ascolto dell’inconscio, spostarsi da una posizione di identificazione passiva al sintomo, al proprio ruolo, all’Altro, verso una posizione più interrogante, più implicata.
Dalla risposta alla domanda dell’Altro alla posizione soggettiva
Molti pazienti arrivano in analisi portando un sintomo che risponde a una domanda implicita dell’Altro (familiare, culturale, sociale): “Comportati così”, “Adatta il tuo corpo”, “Fai il bravo”, “Non puoi”.
Il lavoro analitico consente di rompere questa risposta automatica, introducendo uno scarto: non si tratta più di essere l’oggetto del desiderio dell’Altro, ma di interrogare il proprio desiderio.
Questo spostamento, quando avviene, produce un effetto di soggettivazione: il paziente non è più solamente “portatore di un disturbo”, ma inizia a soggettivare il proprio sintomo, a prenderne parola, a interrogare la propria posizione nella catena significante che lo costituisce.
Effetti di soggettivazione
Cosa possiamo aspettarci come "effetti di soggettivazione" in una psicoterapia psicoanalitica?
In termini clinici, gli effetti di soggettivazione si manifestano quando:
·il soggetto si disidentifica da un'immagine fissa di sé o dal posto che occupava nell’Altro (posizione trasgressiva rispetto all'obbedienza alle aspettative altrui);
·il soggetto assume la propria divisione soggettiva, accettando di non essere tutto, di non sapere tutto, e proprio da lì trova margini di libertà (assunzione del limite);
·emerge un desiderio più autentico, svincolato dalla pura domanda dell’Altro o dalla compulsione alla ripetizione (assunzione della propria verità).
In questo senso, l’obiettivo della cura non è l’adattamento, ma l’invenzione di una nuova posizione soggettiva: singolare, non standardizzabile, spesso fragile ma finalmente propria.
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